Scrivono per noi

Alta Langa
Erika Mantovan, giornalista pubblicista

È una denominazione piuttosto giovane, elevata a Docg nel 2011, e che racchiude nel suo nome, assai convincente, tutti i messaggi per il consumatore e per il successo della regione. Siamo infatti in Piemonte, nelle province di Asti, Alessandria e Cuneo. La denominazione è ampissima, si spalma in 300 ettari. È “Alta”, perché i vigneti in cui è ammessa la produzione sono sopra i 250 metri s.l.m. Molto spesso arrivano anche ai 700-800 metri s.l.m. come a Bossolasco, ad esempio. L’altezza come uno degli elementi che caratterizzano la Docg assieme a un disciplinare estremamente rigido e rigoroso. Agli attuali 90 viticoltori attivi dell’Alta Langa è richiesto l’impiego di sole uve di Pinot noir, Chardonnay e un massimo di 10% di altre uve coltivate in Piemonte. Cuvée esclusivamente millesimate, con uve provenienti da una sola vendemmia, e un affinamento minimo sui lieviti di 30 mesi (36 per la Riserva), un periodo di attesa e di stoccaggio delle bottiglie piuttosto lungo. E che da il senso, appunto, di quanta attesa sia necessaria prima di vedere esitate le bottiglie nel mercato. Bottiglie che puntano a sfondare il tetto dei 2 milioni e mezzo e che vedono, in rappresentanza dei 148 comuni in cui si producono, una settantina di etichette, tra   Blanc de Blancs, (100 Chardonnay), Blanc de Noirs (100% pinot noir), Rosé e blend, che danno il meglio di sé nelle versioni “Riserva”, una tipologia che vede spesso superare i 60 mesi sui lieviti fini ad arrivare e superare i 100. È un’anima forte dunque quella dell’Alta Langa che cerca le durezze, la freschezza, per poi smorzarsi nel tempo e liberarsi, sopratutto nelle versioni monovitigno in tutta la sua potenza. Una timbrica riconoscibile nel panorama delle bollicine italiane, dal Franciacorta al Trentodoc. Con tutte, siamo tra il 44° e il 45° parallelo, latitudini in cui si trovano i migliori terroir del mondo. Un metodo classico tutto piemontese che si riconosce per la sua parte iodata e una buona espressività dei frutti, tra pungenze e polpa più delicata, con l’affinamento e, manco a dirlo, acidità che fanno volare la materia. E non si dovrà aspettare ancora molto per vedere le prime versioni di Alta Langa con la menzione “vigna”, a conferma di come i suoli calcarei e marnosi, non paghi di argilla, siano in grado di esprimersi con grande carattere e personalità.

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