Scrivono per noi

Il cambiamento climatico in Champagne
Erika Mantovan, giornalista pubblicista

È la regione viticola più importante di Francia, e senza dubbio nel mondo, quando si parla di aree adibite alla produzione di metodo classico, che non solo è sempre un passo avanti ma è un esempio di come con l’organizzazione e un percorso ad obiettivi, sia possibile contribuire a ridurre gli effetti del cambiamento climatico i cui effetti sono in maniera irrefutabile sotto gli occhi di tutti. Ebbene, la Champagne, zona con 16.100 ettari, 140 cooperative e 360 case produttrici, tutti operanti in 43mila ettari, è riuscita negli ultimi quindici anni a rendere la sua viticoltura “durable” ossia sostenibile. Ma l’obiettivo principale è il raggiungimento del 100% di una viticoltura ecologica, misurabile attraverso il numero delle certificazioni biologiche e le attestazioni HVE ottenute dai vigneron. Si osserva questo modello di sviluppo green iniziando dall’analisi dei dati che prendono in considerazione proprio la superficie vitata della Champagne: da sessanta a quasi mille, gli ettari certificati bio solo negli ultimi vent’anni. E, al fianco di una così attenta gestione del vigneto, più sostenibile, c’è il censimento della fauna, e un piano per la riduzione della Co2 che vede l’impegnò di robot, packaging più leggeri (cartoni e vetro) e impianti degli edifici basati sull’energia rinnovabile; il tutto è veicolato tramite un’attenta valutazione ambientale e sociale nonché dei principi agro-ecologici. Il CIVC, (Comité interprofessionnel du vin de Champagne ) ha recentemente presentato i risultati di tutte queste pratiche virtuose che hanno fatto registrare dal 2002 al 2018 una riduzione del cosiddetto carbon footprint, (parametro usato per stimare le emissioni gas serra) del 14%. Una percentuale più che incoraggiante di già che la Champagne si è data come obiettivo quello di arrivare a -75% di emissioni di Co2 entro il 2050. E in cantina? I vigneron dovranno ottimizzare i processi di lavorazione del vino ossia limitare l’impatto della fermentazione malolattica, ridurre le lavorazioni a freddo e prevedere l’impiego degli imput organici. Quanto ai materiali per il trasporto già menzionati, il cartone può passare da 703 g a 245 g, e poi c’è la singola bottiglia, che quando più leggera, impatta per un -20% in meno di Co2. Oltre a questi dati c’è l’impiego del 50% in meno di prodotti fitosanitari e fertilizzanti azotati,  il 20% dell’area è certificata, il 90% dei rifiuti industriali è trattato e riciclato mentre il 100% della massa dei rifiuti generata dalla produzione del vino, già oggi è trattata e riciclata. E se ancora non bastasse, la Champagne punta davvero in alto: vuole essere interamente certificata bio entro il 2030 preceduta, entro il 2025, dall’abbandono totale dell’uso dei diserbanti. Che dire, un’analisi che merita un brindisi. Di Champagne.

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