Scrivono per noi

Barolo e Barbaresco
Erika Mantovan, giornalista pubblicista

La cosa divertente, prima di essere affascinante, delle Langhe, e quindi Barolo e Barbaresco - le due, di tre super B, così amabilmente definite da qualche penna oltremare - è che in ogni annata si ridimensiona tutto. È tutto messo in discussione. Almeno negli ultimi dieci anni. Da quando c’è, insomma, una mappatura definita e ogni produttore si sente quasi legittimato a produrre  - a ragion veduta - con una chiara e definita stilistica, i propri vini. Una zonazione voluta che riprende la storia, quelle vera, dei contadini. E che fa dei toponomi e della presenza della vigna nel tempo, le sue fondamenta, senza creare classificazioni come avviene in Borgogna o Bordeaux. Si chiamano MeGa (Menzioni Geografiche Aggiuntive), i cru - per dirla alla francese - e sono 181 nel Barolo e 66 nel Barbaresco, e basta già così. Ci pensa il mercato a creare le gerarchie e i prezzi. E poi ci sono i produttori, che hanno sempre fatto tesoro della risposta della natura ossia di quella neve che si scioglie prima, dopo una nevicata, e delle diverse maturazioni delle uve rispetto alle varie esposizioni, privilegiando sempre quelle a sud, sud-ovest. Ma con il cambiamento climatico come la mettiamo? Le vigne più esposte al caldo - quelle senza neve già il giorno dopo per intenderci  - hanno bisogno di un’attenzione maggiore e le colline, i Surì, i bricchi con altezze più importanti, raggiungono anch’essi la tanto osannata maturazione fenolica. Per tutte le Langhe è un successo. Planetario. La zona non è poi paga di grandi vinificatori, che con la loro dedizione al lavoro si impegnano e restituiscono, con moderni o tradizionali metodi di vinificazione, vini a base di uva Nebbiolo memorabili. Come quella quella prima etichetta con con l’indicazione “Cannubi“1752 o la prima, Barolo 1961, che presenta l’indicazione del vigneto “Dardi le Rose”.

Partendo dal Barbaresco, questi non vi daranno mai, salvo quelli delle zone di Montefico o Montestefano, delle strutture importanti o delle sensazioni di austerità, piuttosto una grande, sublime, eleganza. Fascino. Un frutto risorgimentale. Nei 3 comuni in cui è ammessa la produzione, Treiso, Neive, Barbaresco e una parte di Alba, le superfici vitate sono rimaste sempre pressoché le stesse. Settecento ettari e mezzo e 5 milioni e mezzo le bottiglie prodotte. Le vigne sono strette tra loro, si abbracciano e ti abbracciano per la loro fittezza e vicinanza. Nel Barolo, invece, in undici comuni, tre crinali caratterizzano la denominazione: si distendono e si allargano. I chilometri per conoscere le varie vallate e i vigneti più iconici sono molti, così come le diverse anime e capacità evolutive dei vini. Più austeri e longevi i Barolo a Serralunga, eccezion fatta per Vignarionda - che è l’emblema dell’eleganza, riconoscibile per le sue note officinali e balsamiche. Più strutturati e dai tannini più fitti quelli di Castiglione Falletto e ancora più personali, ricchi di polpa, i Barolo di Barolo dove anche qui i Cannubi si meritano un capitolo a parte per l’eleganza che restituiscono nei bicchieri. Poi si sono le durezze e le freschezze di La Morra e la prontezza e l’armonia dei Barolo di Verduno.

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