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Brunello di Montalcino: un successo a molte facce
Leila Salimbeni, giornalista

Trenta vendemmie dalla prima anteprima - di cui vanta la primazia e, di conseguenza, il paradigma - nel 2022 e una crescita esponenziale (+1.962%) del valore del vigneto caratterizzano questo anniversario di Benvenuto Brunello e, con esso, raccontano di una rivoluzione agricola che ha pochi eguali nella storia vitivinicola italiana. Perché il Brunello di Montalcino dimostra, oggi, tutta la vitalità dei trentenni, come dimostrato dai suoi attori affatto indeboliti né disorientati di fronte a un'annata complicata come la 2017. Al netto, infatti, dell'assenza di alcuni produttori impossibilitati a parteciparvi "perché i vini non erano ancora in bottiglia", nei presenti e, a parte qualche eccezione, l'annata s'è dimostrata paradigmatica nel manifestare tutte le caratteristiche che idealmente si è soliti attribuire al Brunello - acidità, struttura, polifenoli e un profilo aromatico che miscida assieme il sangue e i fiori col camino - in una cornice di espressività e, finalmente, di accessibilità pressoché insperata. Curioso notare come sia stato sconfessato il timore nei confronti di quelle aziende che, ubicate più sud, avrebbero potuto risentire maggiormente della canicola del 2017. E difatti la maggior parte dei assaggi non presentava né sensazioni di cottura né, d'altro canto, tannini verdi, piuttosto una trasversale sensazione di speziatura floreale e agrumata, incalzata da tannini certo esuberanti ma innervati di un'acidità pressoché plenaria. Ebbene crediamo di poter trovare le ragioni di questa convincente performance collettiva in un fattore messo in luce dal presidente del Consorzio Fabrizio Bindocci, il quale sostiene che "l'aumento della qualità del Brunello corrisponda in maniera direttamente proporzionale a un incremento del benessere socioeconomico della comunità sul territorio”. Può darsi, quindi, che buona parte del successo e della buona salute della Denominazione si debba, forse, proprio al dialogo e al rapporto di mutuo scambio e assistenza tra i produttori, consci del fatto che il successo di uno si rifranga nel benessere di molti, se non di tutti, secondo un'idea di terroir che, per sua natura, non può essere concepito nell'interpretazione del singolo o dell'individuo, ma sempre e solo come fenomeno corale e collettivo. Un bene comune perseguito con inventiva e scrupolo se è vero, com'è vero, che dai primi anni ’90 proprio il Brunello ha portato a Montalcino professionalità da 70 Paesi diversi e registrato un tasso di disoccupazione decrescente, oggi inferiore al 2%,  diventando un esempio virtuoso di imprenditoria agricola e, non ultimo, di conciliazione del secolare agone tra natura e cultura.

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