Scrivono per noi

CRU, credere
Irene Pinardi, collaboratrice di Passione Gourmet

È curioso come la parola Cru, di francese provenienza, contenga in sé un doppio significato o, meglio, una doppia ipotesi di provenienza del termine. Curioso perché in Italia, pur non essendo riconosciuto legislativamente, ci piace associare un concetto che, in qualche maniera, si relaziona con la credibilità. Dal “cru all’italiana” alle MGA, o UGA, ciò che seduce del concetto di Cru è l’unicità che si attribuisce al vino che porta in dote questa blasonata parola. Principalmente si attribuisce alla parola la somiglianza (di relativa perdita d’accento) con il participio passato del termine francese croître, "crescere" – in riferimento al particolare vigneto cresciuto in una determinata zona, che produrrà vini eccellenti. L’altra possibilità è che derivi dal verbo croire, "credere", ovverosia "credibile " per designare un vino che, crediamo, sarà di ottimo livello perché ha dimostrato nel tempo la propria credibilità, la resa eccellente. Ma ciò che questo termine racchiude non è solo semantica, è tradizione, storia, cultura, prestigio – e spesso anche prezzo – attribuiti a vini “unici”, inscindibilmente e qualitativamente legati al terroir. Semplificando, oggi, con Cru si intende una specificità di un luogo di produzione dove vitigno, suolo, clima, lavoro dell’uomo e “reputazione” (comprovata da una regolamentazione ormai storica) partecipano a cesellare un vino di qualità superiore. Questa definizione più tradizionale riguarda soprattutto la Borgogna, dove l’accento è sul vigneto specifico, di cui storicamente si era talmente “gelosi” da recintarlo con muretti, fino ad arrivare a riconoscere una ancora più delimitata sezione con il termine climat. Qui il Cru è un vigneto che da vita a grandi vini, ma che non evolve, non si allarga, e identifica quella particolare zona vitata e null’altro. Se per il Cru Borgognone si esige eccellenza dal binomio terroir e vigna specifica, nel Bordolese la qualità fa rima con proprietà. Il produttore o meglio lo Chateau, quasi il “brand”, indentifica il Cru, per la fama e il prestigio che ricopre a livello nazionale e internazionale.

Credibilità dunque in senso ampio, che riguarda il complesso equilibrio tra terreno, clima, tradizioni e stile dei vini che partecipano a forgiare un Cru diverso da un altro secondo connotazioni, identità e diversità proprie. Ma questo tipo di credibilità può riguardare i vini italiani? Più che la credibilità, l’Italia sta tentando di radicarsi su un’identità territoriale. Le Menzioni Geografiche Aggiuntive, abbreviato inizialmente in MeGa e poi con MGA, riguardano a tutti gli effetti garanzie di provenienza di vini da determinate zone. Sul concetto di “cru all’italiana”, dal 2016 da MGA trasformate in Unità Geografiche Aggiuntive – UGA – i vari consorzi di tutela, storicamente il Barbaresco, e a seguire Barolo, Alba, Dogliani, fino al Conegliano Valdobbiadene con le sue Rive, la Romagna, il Roero e il Soave Doc, mirano a definire una differenziazione geografica, una zonazione. Ma in termini di credibilità, che sul “cresciuto” in un determinato luogo abbiamo già puntato, possiamo in egual misura vantare una connotazione qualitativa dello specifico appezzamento, una dedicata gerarchia di qualità, che permetta anche al consumatore di districarsi nella classificazione tra denominazioni, unità e menzioni a corredo delle etichette? A quando una differenziazione d’eccellenza all’interno di ognuna delle circoscrizioni territoriali?

Ciò detto, rimane poi il fatto che nella definizione di cru alla francese siano impresse le esperienze culturali, amministrative, tradizionali, tecniche e di mercato della Francia e, per l’appunto, ne è di fatto impossibile la completa sovrapposizione.

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