Scrivono per noi

Giurassico Jura
Leila Salimbeni, giornalista

Una zona remota e selvaggia, figlia di un terreno giurassico, nato dall'accavallamento dello Jura sul Bresse. Così nasce, a livello geomorfologico, un patrimonio vitivinicolo unico, la cui ricchezza risiede negli abiti di vinificazione e nei suoli, fatti di argilla e calcare e solcati da marne grigie, ma anche blu e nere nella zona di Arlay e l’Étoile, fino ai terreni ricchi di silice e argille di Château-Chalon. Situato all’interno della regione della Franche-Comté, lo Jura è una delle regioni vitivinicole più piccole di Francia e vanta una pressoché totale assenza di grandi centri abitati il ché, unito al clima, semi-continentale, ha determinato un'identità vitivinicola straordinaria e sostanzialmente unica. Lo Jura è, difatti, l'unico territorio al mondo dove il vino, oltre a essere "bianco", "rosato" e "rosso", com'è in ogni parte del mondo, è anche "jaune", ovvero giallo, con tanto di sigillo della prima AOC del 1937, in quel Château-Chalon, ma anche grigio, là dove "vin gris" designa una tonalità in limine tra il grigio e il rosato pallido. Tra i vitigni coinvolti c'è l'autoctono Savagnin - parente del Traminer non aromatico, a maturazione tardiva, capace di trattenere bel nerbo aspro e notevole struttura -  e Chardonnay - siamo del resto appena più a est della Borgogna - tra bianchi, e il Poulsard e il Trousseau tra le bacche nere. Quanto alle zone, esse si dividono in Arbois, Montagny e Pupillin, per un totale di 6 AOC: Crémant du Jura, riservata alla produzione spumantistica principalmente a base Chardonnay; Macvin du Jura, un vino liquoroso ottenuto tramite il blocco della fermentazione con l’aggiunta del distillato di vinacce locale (Marc du Jura); Cotes du Jura, nella quale rientrano tutte le tipologie di vino, comprese le due eccellenze jurassien, i Vin de Paille e i Vin Jaune e, infine, Arbois, Château-Chalon ed Étoile. Ma soffermiamoci sul succitato Vin Jaune: prodotto da uva Savagnin è tradizionalmente allevato per sei anni e tre mesi in botticelle da 228 litri, senza travasi né ricolmature, ovvero lasciando un cuscinetto di ossigeno che sollecita la formazione di una pellicola di lieviti aerobici chiamati in gergo la voile, che corrisponde al termine flor in uso per gli Xeres come pure per alcune Vernaccia di Oristano e Malvasia di Bosa. Una parassi che infonde al vino quelle note ossidative che lo rendono tanto caratteristico della zona e come già "vecchio" alla nascita ma sostanzialmente inamovibile e, in taluni casi, anche più vitale quanto più resta a contatto con l'ossigeno una volta aperta la bottiglia. Quanto al vin de paille, esso è ottenuto dall'appassimento delle uve sulla paglia e prodotto in quantità sempre più ridotte. Si tratta, in entrambi i casi, di vini rari e preziosi: sparuti vessilli di una ruralità appartata che resiste all'assedio della contemporaneità.

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