Scrivono per noi

Il declino dei vini dolci e della fantasia
Leila Salimbeni, giornalista

Incredibile che, nonostante il momento storico propizi il politicamente corretto a tutti i costi, alligni ancora, tra gli amanti del vino, una fila sempre più gremita e compatta che resiste o, peggio, ignora il mondo del vino dolce. E non si tratta di uno sparuto caso di integralisti, ma della maggior parte dei sedicenti amanti del vino, dimentichi forse del fatto che tutto il vino nasce dolce e che nel mondo dell'edonismo, purché autentico, non dovrebbe esserci spazio per i pregiudizi. Si tratta, comunque, di un problema di natura strutturalista: complice una certa vulgata s'è imposto un costume di consumo che ha relegato il vino dolce alla sola parte finale del pasto e ciò è accaduto, udite udite, in ottemperanza a un'unica norma di condotta, la concordanza, che intimava di abbinare a un piatto dolce un vino solo esclusivamente dolce in barba a quella percezione meravigliosa che chiamiamo, invece, equilibrio. Come se ciò non fosse bastato, il mondo del dolce nel vino ha poi subito la scure della chimera della magrezza, finendo per diventare una sorta di Dodo contemporaneo e, a questo proposito, spiace soprattutto constatare che sorte analoga non sia toccata a qualche bevanda zuccherina frizzante ancora molto popolare e meno antica del vino, anche se questa è decisamente un'altra storia.

Affrontando il problema a monte, crediamo che un vino con pronunciato residuo zuccherino potrebbe essere svincolato dalla sua collocazione postprandiale come del resto ci insegnano i saggi astigiani i quali, il loro Moscato d'Asti, non lo bevono col pandoro a Natale come nel resto d'Italia ma come aperitivo in estate: dopo una lunga giornata di lavoro, magari in ufficio, un sorso corroborante e rinfrescante di Moscato d'Asti sarà provvidenziale, anche e soprattutto proprio in virtù del suo residuo zuccherino. Succede più o meno la stessa cosa anche col Marsala, in Sicilia, dove si beve dalla mattina alla sera. La sintassi del pasto, e dell'abbinamento, insomma, andrebbe riscritta secondo un unico principio: la fantasia. Svincolateli dunque, questi vini dolci, dalle inamovibile assiette di formaggi e provateli col foie gras o coi ricci di mare o, ancora, coi fegatini, se avete davanti un Aleatico passito. E poi provate il Parmigiano col Vin Santo, l'ostrica col demi-sec, l'aragosta col muffato e il polletto ruspante sulla brace con un bel passito isolano ghiacciato.

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