Scrivono per noi

Il "gusto" nel e del vino, dalla Pop Art ai giorni nostri
Leila Salimbeni, giornalista

Rielaborare, decodificare, rifrangere la realtà testuale dell'epoca, di ogni epoca, è un fenomeno che riguarda trasversalmente tutte le arti e che investe anche il vino, non tanto in quanto forma d'arte - il discorso è specioso e ci porterebbe altrove - ma perché, come prodotto dell'uomo per l'uomo, il vino è chiamato, volente o nolente, a rappresentare i costumi, e le chimere, della sua epoca. Negli anni Sessanta, per esempio, mentre Roy Lichtenstein, Andy Warhol e Jasper Johns raffiguravano il consumismo della nuova società americana attraverso la riproduzione dei simboli ricorrenti della sua cultura di massa, in Italia si consumava l'operazione di replicazione per antonomasia: nasceva la Franciacorta. E sebbene l'esistenza dei "vini mordaci" nel territorio fosse documentata già da Girolamo Conforti, esimio medico bresciano, nel XVI secolo, la denominazione come la intendiamo oggi otterrà la primazia di cui gode ancora oggi in Italia dove sarà la prima a ottenere, per un vino Brut, la DOCG nel 1995, dimostrando anzitempo l'importanza di identificarsi col nome del territorio prima ancora che con quello del vino prodotto. E non è un caso che la matrice dell'intera operazione appartenesse già alla Champagne, da cui i produttori/imprenditori della zona bresciana volevano emanciparsi brindando con bollicine che fossero finalmente le loro ai propri successi commerciali e imprenditoriali.

Ma che l'Italia tutta non abbia mai esitato a fare "suoi" i costumi vitivinicoli di altri paesi è, del resto, un fatto tuttora attuale, come accade e già accadde, invero, con la lattina, adottata affinché il vino italiano filtrasse, allora come oggi, più capillarmente nel mercato del paese di riferimento, anglosassone ma pure nazionale dove oggi si ritiene che questo habillage propizi il consumo di vino, almeno tra i giovani. In questo senso il nostro Lambrusco, insieme al Prosecco, fu pioniere, introiettando per primo le logiche commerciali esogene con più disinvoltura rispetto ad altre denominazioni e, così facendo, accettando di trasformarsi da opera a prodotto, tanto per restare in tema di Pop Art. Ma fenomeni analoghi, ancorché più sostanziali, hanno investito anche una certa Toscana vitivinicola che, di concerto con la moda del volume - spalline, capelli cotonati, culturismo, wrestling - negli anni '80 e '90 produceva vini altrettanto muscolosi, voluminosi e, in una parola, bionici, seguiti negli ultimi anni, e per contro, da vini ossuti, non di rado definiti anoressici dalla stessa critica, più critica, del settore. Poi, sempre per contrapposizione alla bionica di cui sopra, s'è preferito che, almeno formalmente, naturalezza e spontaneità filtrassero anche nel mondo del vino, et voilà tutta la moda, che sempre di moda si tratta, del vino naturale degli ultimi anni. Perché, per dirla con Walter Benjamin "l'umanità, che un tempo era uno spettacolo per gli dèi dell’Olimpo, ora lo è diventata per se stessa" e pure il vino, da compagno qual era, ora non è altro che uno dei suoi tanti, narcisistici intrattenimenti.

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