Scrivono per noi

Roberta Bricolo e l'azienda agricola Gorgo
Angelo Sabbadin, Sommelier e autore per Passione Gourmet

PASSIONE, TRADIZIONE E INNOVAZIONE

Il paesaggio che si incontra fra Sommacampagna e Custoza offre degli scorci meravigliosi, le dolci colline disegnano angoli unici, nei campi ci sono terre moreniche che i ghiacciai, nel loro ritirarsi, hanno lasciato nell’ampio anfiteatro a oriente del lago di Garda. Terre biancastre a struttura leggera, composte di sassi e ciottoli di vario diametro, humus e limo, ricche di carbonato di calcio e con PH elevato. Su queste terre nasce il Bianco di Custoza, frazione di Sommacampagna che dà il nome al vino, nato dal matrimonio delle uve autoctone garganega, trebbianello o bianca fernanda e trebbiano toscano, successivamente allargata altri 14 comuni limitrofi, l’anno scorso la denominazione del Bianco di Custoza ha compiuto 50 anni.

L’azienda si può considerare ormai storica, nasce nel 1973, e si chiama Azienda agricola Gorgo. Dagli iniziali 22 ettari la proprietà attualmente si estende per 55 ettari quasi per intero nelle zone di produzione del Custoza e del Bardolino, completamente in regime di agricoltura biologica. La proprietaria dell’azienda è Roberta Bricolo, donna brillante con grande passione, che ricopre anche la carica di Presidente del Consorzio di Tutela del Vino Custoza, e questa grande passione la trasmette con eloquenza, quando parla del suo territorio e dei suoi vini. L’eredità che porta avanti è una grande responsabilità, anche perché le denominazioni dei suoi vini hanno passato momenti tristi e bui ma il vento è cambiato molto, per questo partirei con il racconto proprio da loro, dai tre Custoza: vini finissimi, estremamente contemporanei, uniscono fragranza e complessità al grande potenziale, pur nell’immediatezza.

LA DEGUSTAZIONE

CUSTOZA DOC BIO 2021 AZIENDA AGRICOLA GORGO

Profilo olfattivo purissimo, croccante, fragrante, con un incipit di frutta a polpa gialla, mela golden, pera kaiser, pesca, agrume, prosegue con calde note di fieno, erbe aromatiche, fiori di campo e uno sbuffo di pietra focaia. Il sorso è fresco, gustoso, materico e avvolgente, sorprendente, appaga il palato con la calda cremosità spinta da una salivante acidità e un tocco salino, ottima la persistenza. Un Custoza dal piacere quotidiano, il biologico riesce a dare grande purezza espressiva, e anche un vino d’ingresso riesce a dare grandi emozioni in termini di piacevolezza. 91/100

CUSTOZA DOC BIO SAN MICHELIN 2021

Un’autentica esplosione olfattiva… calde note tropicali di passion fruit, papaya, mango, ananas, melone, pesca gialla introducono il gran finale con tocco floreale, di cera d’api, agrume candito, sbuffo minerale. Sul palato è piacevolmente appagante, ritmato da una calda materia che avvolge il palato, non manca la freschezza e la verticalità vero riferimento dello sviluppo gustativo. Crea grande salivazione, apprezzabile nel lungo finale dove si apprezza la nota salina intensa di questo grande Custoza. 92/100

San Michelin è il nostro Cru ma è anche la storia di una causa decennale da parte della multinazionale francese Michelin. Nel 1990, infatti, riceviamo una citazione per concorrenza sleale perché con quella parola si induce il consumatore in errore. Così ci chiedono un risarcimento di 2 euro per ogni bottiglia prodotta dal 1975. Noi con il migliore avvocato che potevamo permetterci iniziamo a difenderci, vinciamo in primo grado a Verona, poi fanno appello a Venezia, dove un giudice molto preparato ci dà ragione per la seconda volta, mettendo in campo il vigneto con i relativi mappali che dà il nome al vino che fa riferimento a una chiesa del ‘500 devota a San Michele: ebbene, dal momento che la via che porta alla chiesa si chiama San Michelin, è stato ricostruito il caso per cui si può chiamare Michelin in dialetto veneto. Verdetto: chi perde deve pagare anche la pubblicità, quindi su tutti i giornali ha avuto grande cassa di risonanza e in parte ci ha ripagato di tutte le paure che questa causa ci ha provocato. Ci piace pensare, insomma, che il Santo ci abbia protetti, è anche per questo che siamo particolarmente legati a questo vino.” – chiosa Roberta Bricolo.

Si tratta del primo cru aziendale o vigneto singolo – che ha ad oggi 56 anni – quindi piante larghe, grosse, con resa bassa, a guyot, esposta a Sud, situato a Sommacampagna a 3 km dalla sede. Lo stesso terreno, in realtà è più biancastro, più argilloso, che conferisce al vino la possibilità di un lungo affinamento. Nel taglio c’è più garganega che dà un frutto più maturo, più giallo e più struttura, anche se la bevuta e la freschezza non si discosta molto dal Custoza base, sebbene sia più sofisticato e abbia più eleganza: tutta l’essenza del territorio.

CUSTOZA SUPERIORE DOC SUMMA 2020                                                      

Dal calice emerge un bouquet di frutta gialla pienamente matura, melone bianco e giallo, pesca, mela golden, mango intercalate da note di tostatura, affumicate, di pietra focaia, polvere pirica, grafite.  Al gusto si dimostra energico e di carattere, una ricca materia delizia l’ingresso sul palato, mostra i muscoli e la buona struttura, buona la scia fresco sapida che lo slancia in un lungo finale. Un vino completo e complesso che dimostra la grande potenzialità del territorio. 92/100

Summa è la sintesi della nostra conoscenza del territorio: nei 53 ettari viene scelto il meglio di ogni varietà, nel posto più bello, con la migliore esposizione, queste uve vengono vendemmiate più tardi. Quindi, il rigore di un protocollo più lungo in cantina: tutto è più lento e più lungo, con massima concentrazione: una terza interpretazione del Custoza.

Anche il lavoro con la corvina, a queste latitudini, da vini straordinari e diversi dalla vicina Valpolicella. Per questo è d’uopo dare risalto anche al Chiaretto e alla corvina in purezza, due splendidi vini fragranti e di puro piacere.

CHIARETTO DI BARDOLINO DOC BIO 2021

Impatto olfattivo travolgente, apre su sfumature di bocciolo di rosa, ribes rosso, fragoline di bosco, pompelmo rosa, tamarindo, tocco floreale e di erbe aromatiche (timo, maggiorana, origano), per chiudere con un soffio di pietra focaia. Bocca dinamica, si apprezza il frutto, la materia con cui apre, sospinta da tanta freschezza e vivace salinità. Vino equilibrato e finissimo. 91,5/100

La storia del Chiaretto di Bardolino parte dalla sua uva, la corvina che, essendo povera di antociani, colora poco, infatti in Valpolicella per ottenere grandi rossi vanno fatte macerazioni lunghissime o rifermentazioni: non è un’uva colorata, è fisiologicamente nata per fare il rosa. La storia del Chiaretto parte dai romani che, conquistando quella che era la Gallia Cisalpina e Transalpina, presero le zone del Garda e della Provenza, nel 400 a.C., introducendo il torchio per la vinificazione. Quindi due zone che hanno lo stesso clima mediterraneo: le uve sono diverse ma la tecnica è uguale, fare un vino rosa salato e sapido qui è possibile, basta essere rispettosi della materia: niente verde, niente tannino. “Ogni anno siamo in crescita – commenta Roberta – questo è stato il primo vino da uve a bacca rossa, ci sono mercati che lo consumano 12 mesi all’anno e questo ci gratifica di tutti gli sforzi fatti.  L’anno scorso Wine Enthusiast nella classifica dei migliori vini del mondo sotto i 15 pound, al primo posto per l’Italia, ha messo il nostro Chiaretto al 17° posto.

CORVINA VERONESE IGT BIO CÀ NOVA

Naso di grande complessità, denso di note fruttate mature – prugna, ciliegia, more di rovo – per poi aprirsi su note floreali di rosa e violetta, speziato di pepe nero, cannella e soffio mentolato. Sorso espressivo, ritmato dal fine intreccio di calore, materia avvolgente e spinta fresco-sapida. Ottima la persistenza. 90/100

La corvina di Custoza, essendo più a Sud e con più influenza del Lago, viene più matura. È la sensazione che si ha quando la si confronta con le Corvine del Nord: è come se il tannino si trasformasse in dolcezza e morbidezza, mentre quello del Nord è più profondo, con grandi corpi con necessita di estrazioni molto lunghe. Questo vino racconta la corvina di Custoza, non si deve paragonare a Valpolicella, è la fotografia del territorio, poco legno e massima espressione. Un’alternativa al Bardolino.

IL RABITTO ROSSO VERONESE IGT 2016

Le uve che per tradizione compongono il blend di questo storico vino provengono tutte da uno stesso appezzamento, secondo un antico uso del luogo, sono corvina, merlot, sangiovese e cabernet sauvignon. Per aggiungere personalità e carattere, il Rabitto subisce un affinamento in legno. Si esprime, quindi, con calde note di frutta matura, marasca, prugna e more di rovo al naso, a cui si intersecano soffi floreali e speziati di pepe nero, ginepro, tocco fumé e di eucalipto nel finale. Sul palato entra avvolgente e cremoso, salvo poi mettere in risalto un tannino vigoroso e una nota fresco sapida che lo slancia in un lungo finale. Buona la persistenza. 90/100

LA SCELTA DEL BIOLOGICO

Passeggiando fra i vigneti Roberta Bricolo mi racconta che “il Biologico è il mondo che ci rappresenta“. Già con questa visione, infatti, Roberta riceve il testimone dai genitori per intraprendere dal 2014 il percorso di conversione di tutti i vigneti dell’Azienda, che consta oggi di 55 ettari vitati certificati: un colpo d’occhio meraviglioso, ”il Bio è una scelta etica e morale prima di tutto ed è il motivo principale per cui si intraprende questa strada perché se si guardano i costi… ci vorrebbero delle persone in grado di occuparsi solo dell’erba”.

Tre volte l’anno, inoltre, a sorpresa, vengono fatti prelievi di suolo e di foglie della pianta: già questo testimonia della assoluta accuratezza di mantenimento del protocollo.  I sovesci vengono alternati anno per anno sia nella parte dove c’è il Guyot sia nella parte delle pergole. I vigneti, inoltre, sono guardati a vista da due splendidi gelsi centenari… Il punto più alto è a 120 metri e il ritirarsi dei ghiacciai ha generato questo andamento dolce e morbido, e un terreno estremamente variegato se ci si sposta anche di pochi metri: con il biologico si cerca di preservare questo dono del terroir, unito al clima mitigato dal lago, ventoso ma con temperature mai troppo continentali. Una freschezza che si riflette nei vini, che presentano tanta ricchezza di aromi fruttati, agrumati e con imprinting salino e minerale.

L’azienda si può definire fondamentalmente bianchista: i bianchi valgono il 70% della produzione, ovvero 500.000 bottiglie prodotte. Per il Gorgo il mercato Italia vale il 40%, ma tutti i vini sono presenti nei paesi europei, Stati Uniti sia East Coast che California, Canada e Giappone.

Quanto alla percezione, “quando viene assaggiato il Custoza fuori dall’Italia piace: è un vino versatile, ha caratteristiche di bevibilità ottime, un punto di bevuta moderno, al passo con i tempi e con i vari tipi di cucina. Il vino resta salino, fresco e legato alla territorialità, al prodotto autoctono: per disciplinare il taglio Custoza deve avere per almeno il 70% delle classiche quattro uve della zona: garganegatrebbianellocortese, detto localmente bianca fernanda, e trebbiano toscano. Ciascuna delle quattro non può rappresentare più del 40%, così si ha la certezza matematica che servono almeno tre varietà per fare il Custoza, garantendo il concetto di blend e lasciando a ogni produttore la possibilità di crearlo, garantendo il rispetto della tradizione. Si possono usare anche e massimo fino al 30% delle cosidette complementari come chardonnay, riesling renano, incrocio manzoni.

Lavorare con un blend per i produttori è un plus perché ogni varietà apporta qualcosa al vino. Il fatto, poi, che dalla precoce alla tardiva passa un mese e mezzo di tempo, in vendemmia, anche nelle annate difficili, significa che qui si riesce a lavorare con quello che si è raccolto meglio. Del resto, leggenda vuole che solo qui ci siano tutte queste varietà perché questa zona di Verona è sempre stata zona di scambi: le stesse barbatelle erano usate come moneta di scambio – ecco perché qui si piantavano varietà diverse – e i campi nuovi prevedevano sempre più varietà assieme. Il Bianco di Custoza nasce per questo ben prima del riconoscimento della DOC, del 1971. Il messaggio – che spero arrivi forte e chiaro – è quello di approcciarsi a queste denominazioni con occhi diversi, senza pregiudizi. Si scopriranno così vini godibili ma di grande spessore.”

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