Scrivono per noi
Tra arcaismo nostalgico e laboratorio di ricerca: quale futuro per le viti a piede franco?
Sospese tra un passato secolare e glorioso e l’incertezza di un futuro in cui il cambiamento climatico e le nuove ondate di fitopatie configurano un orizzonte a tinte fosche per le viticolture moderne, le viti a piede franco (cioè su radici proprie, originarie, e non innestate su piede americano) stanno conoscendo una nuova stagione di riscatto.
Quasi scomparse a causa del flagello della fillossera — che tra la seconda metà dell'Ottocento e i primi del Novecento distrusse circa il 90% dei vigneti europei — e decimate nei rari areali in cui erano sopravvissute (come i suoli oltre i mille metri di altitudine, oppure sabbiosi, argillosi e vulcanici, che impediscono all’afide di muoversi e diffondersi con facilità), sotto la pressione dell’espansione della viticoltura professionale, le viti a piede franco vengono sono protagoniste di un movimento sempre più esteso di valorizzazione dove, riconosciute come veri e propri monumenti biologici sopravvissuti alla storia, viene evidenziato il loro fascino straordinario dal punto di vista paesaggistico e naturalistico ma anche la capaci di produrre vini di rara singolarità.
Tutti elementi che hanno la potenzialità di tradursi in efficaci argomenti di marketing e comunicazione, particolarmente preziosi in una fase di difficoltà del mercato che spinge a cercare nuove nicchie e prodotti capaci di distinguersi. Sono risorse a disposizione di quei produttori che, avendo avuto la fortuna e la lungimiranza di conservare questi vigneti, possono presentarsi con etichette uniche: la loro storia biologica secolare è irripetibile e difficilmente replicabile attraverso nuovi impianti a piede franco, data l’estrema limitatezza degli areali idonei ad ospitare questi antichi vitigni.
In Italia, infatti, le aree in cui permangono queste vigne arcaiche sono poche e ristrette: le golene del delta del Po, le sabbie del Sulcis, le vigne alpine della Valle d’Aosta e dell'Alto Adige, le rive dell’Adige in Vallagarina, le terre vulcaniche di Pantelleria, dei Campi Flegrei, del Vesuvio e dell'Etna, o le pergole secolari di Lessona, Taurasi e Tramonti in Costiera Amalfitana. In questi luoghi, le vigne testimoni di un passato che non tornerà più hanno superato non solo la fillossera, ma anche il rischio di espianto spinto dalle dinamiche economiche della viticoltura moderna e oggi si presentano come un’opportunità produttiva il cui valore va oltre la dimensione organolettica.
Alla prova del bicchiere, infatti, il dibattito sull’incidenza della vite originaria rispetto al portainnesto americano sui caratteri dell’uva e sul profilo del vino rimane aperto. È indubbio che il portainnesto influenzi diversi fattori metabolici, quali lo sviluppo dell’apparato radicale, la vigoria della pianta, l’età di entrata in produzione e l’epoca di maturazione. Tuttavia, le opinioni dei produttori sui riflessi organolettici di un vitigno che non forma più un tutt’uno organico e funzionale, ma si trasforma in un organismo costituito da due parti giustapposte, sono fra loro differenti.
«Le differenze sono molto sottili», racconta Cristina Fugatti, contitolare con i fratelli dell’azienda di famiglia Roeno nel comune di Brentino Belluno, in Vallagarina che con l’Enantio Riserva 1865 Pre-fillossera, rappresenta uno degli esempi più felici di recupero contemporaneo di un vitigno autenticamente autoctono rimasto sulle proprie radici originarie. «Ritroviamo un po' più di acidità e di tannicità nel piede franco rispetto a quello innestato, poi nel bicchiere c'è chi le percepisce di più e chi meno”. Perché il lavoro in cantina impatta molto sui parametri dell’uva “sebbene la tannicità sia leggermente più alta rispetto all'Enantio innestato, nel vino finale gli equilibri cambiano in base al processo di vinificazione. La differenza percepita a livello degustativo dipende dalle varie sensibilità: si tratta comunque di sfumature sottili che solo i palati più attenti riescono a cogliere».
Ma non è per tutti così: secondo le testimonianze raccolte da altri produttori di regioni come Piemonte, Campania e Sicilia, per altri vitigni queste differenze tra il piede franco e l’innestato sembrano più marcate. E se sulle differenze organolettiche il discorso sfuma, l’identità distintiva di un vino da viti prefillosseriche torna ad imporsi con prepotenza nel racconto delle origini, investendo un ambito ben più ampio e profondo, che dalla genetica arriva alla biologia e alla storia.
Tra reliquia e potenziale
Questo movimento di recupero e la valorizzazione delle viti a piede franco si sta facendo strada tra due schieramenti: da un lato c’è chi le considera una reliquia legata a una poesia dell’arcaismo nostalgica e antiscientifica — priva di reali prospettive di sviluppo — e chi invece, pur nei limiti di aree di coltivazione molto specifiche e la fragilità biologica di una radice antica, ritiene utile valorizzarle sia in termini produttivi sia come giacimento genetico a disposizione della ricerca.
«I vini da viti a piede franco», commenta Alessandro Rossi, Wine Category Manager di Partesa, «rappresentano una super nicchia del mercato vitivinicolo italiano, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. I volumi produttivi sono così ridotti da sfuggire alle rilevazioni statistiche. Allo stesso tempo, la caratteristica del prodotto, legata alla radice originaria del vitigno, costituisce un elemento affascinante ma complesso da raccontare, che richiede un pubblico già colto e preparato. Se spiegare un vitigno, le tecniche enologiche o il territorio di origine di un vino non presenta particolari difficoltà, quando si entra nella fisiologia della vite e si parla di radici franche in rapporto a quelle americane o ai portainnesti, si accede a un livello di dettaglio tecnico-scientifico che non tutti riescono a comprendere e ad apprezzare. Ma questa particolarità», conclude Alessandro Rossi, «rappresenta proprio la specificità e il fascino dei vini da viti a piede franco e la loro importanza per l'intero comparto. Segmenti produttivi come questo, in cui l’irrilevanza statistica è compensata da una grande profondità narrativa, interpretano al meglio quella varietà e complessità che rendono unico il mondo del vino, affascinante e ricco di possibilità di scoperta, con un orizzonte così profondo che non basterebbe una vita per conoscerlo tutto».
Sul fascino di questi vini, sulla straordinaria bellezza dei vigneti e sulla forza del racconto che sanno esprimere torna Cristina Fugatti: «Dopo aver iniziato a lavorare sul recupero e sulla valorizzazione dell’Enantio nel 1998, nei primi anni 2000 abbiamo selezionato due particelle catastali (circa 1,2 ettari) dove tutte le viti erano ancora a piede franco, sopravvissute alla fillossera grazie a un terreno sabbioso, ricco di silicio e vicino al fiume Adige. Abbiamo così avviato la vinificazione separata dei frutti di questo vigneto». Sono stati necessari alcuni anni di lavoro in cantina per valorizzare al meglio queste uve particolari e «nel 2008 è arrivata quella che ritengo la prima bottiglia significativa del Pre-fillossera, oggi prodotta in circa 4.000 esemplari su una produzione totale aziendale di 600.000 bottiglie».
Un’avventura enologica non semplice: «Non avendo uno storico su questi particolari vitigni, abbiamo dovuto condurre tutte le prove possibili in cantina: prima in vinificazione e poi in affinamento, passando dalla barrique al legno grande e sperimentando persino l’appassimento. Per noi è stata una grandissima esperienza formativa: è una varietà ricca di materia polifenolica che mette davvero alla prova l'enologo, ma capace di riservare grandi soddisfazioni».
Tanto che alla fine «ci siamo innamorati di questo vino», confessa Cristina con un pizzico di emozione, «che nasce da piante con oltre 200 anni di storia, resistenti, imponenti e bellissime, verso le quali proviamo un profondo rispetto».
Un rispetto che significa «saper ascoltare la pianta, perché è lei a indicare come gestirla, grazie a un equilibrio vegetativo costruito in due secoli di vita. Questo la rende molto più resistente dei cloni moderni e capace di rispondere meglio al cambiamento climatico, consentendoci negli ultimi anni di ottenere una maturazione dell'uva ideale per produrre vini di grande rilievo».
Peccato che questo patrimonio biologico si sia ridotto sotto la pressione espansiva della viticoltura moderna. «Negli ultimi decenni abbiamo assistito all’espianto di diversi vigneti pre-fillossera per fare spazio al Pinot Grigio: una ferita per il nostro territorio che oggi si è fortunatamente arrestata grazie al lavoro di recupero portato avanti da alcuni di noi viticoltori. E’ un esempio che sta dimostrando come questi vigneti siano una particolarità da tutelare e valorizzare perché rendono prezioso il territorio: sono qualcosa di unico che affascina i consumatori di ogni età, compresi i giovani, attenti e sensibili a queste storie molto più di quanto si pensi».
Diventato Presidio Slow Food nel 2022, l’Enantio prefillosserico sta conquistando anche i ristoratori più preparati, «che rimangono entusiasti quando li portiamo a visitare il vigneto pre-fillossera, diventando veri e propri ambasciatori del nostro vino. Un’etichetta che va proposta con cura, perché non è certo un prodotto che “si vende da solo”».
Proprio per difendere queste ultime riserve di patrimonio genetico ancestrale, Alessandro Rossi sottolinea come sia «un bene lavorare per valorizzare e sviluppare questa micro-realtà produttiva, pur consapevoli dei limiti e delle difficoltà di continuare a produrre vini su un piede che da oltre 150 anni è stato abbandonato a causa della fillossera. Rappresenta una missione estremamente utile perché mantiene in vita un segmento culturalmente affascinante e attrattivo. Inoltre, come ci confermano gli scienziati, costituisce un prezioso patrimonio di biodiversità genetica che, di fronte alle sfide climatiche attuali, potrebbe rivelarsi utilissimo per gli sviluppi della ricerca».
La ricerca e le prospettive
Un impegno serio nel recupero dei vini da piante a piede franco che intenda sfuggire ai massimalismi accennati prima, deve, infatti, tenere conto di un contesto economico, produttivo, culturale e scientifico di grande rilevanza, che richiede rigore, serietà e trasparenza.
«In un momento in cui il cambiamento climatico mette a dura prova la resilienza dei nostri vigneti, la ricerca deve orientarsi con approccio scientifico verso soluzioni concrete a problemi che rischiano di compromettere la viticoltura dei territori», dichiara Lucio Brancadoro, docente di viticoltura presso la Facoltà di Agraria dell'Università degli Studi di Milano e tra i massimi esperti internazionali del tema, coordinatore del team di ricerca che ha selezionato i portainnesti della Serie M, oggi richiesti in tutto il mondo per la capacità di garantire un risparmio idrico fino al 40%. «Serve una posizione equilibrata tra la tutela e valorizzazione, da un lato, e la valorizzazione e sviluppo del patrimonio culturale, produttivo, biologico e genetico rappresentato dalle viti a piede franco, dall’altro. Ciò significa procedere senza sovrastimare il potenziale di queste realtà produttive (tentazione oggi forte in un settore in difficoltà alla ricerca di soluzioni di marketing che non possono però essere scorciatoie ndr) , ma senza nemmeno demonizzarle come movimento antiscientifico o ridurle a mero folklore. Il piede franco va recuperato in chiave scientifica – sottolinea Lucio Brancadoro - come giacimento di biodiversità genetica a disposizione della ricerca. Va difeso dove ancora riesce a produrre vini distintivi ma senza mettere in pericolo la sopravvivenza stessa della viticoltura (ricordando che il piede americano si è reso necessario per difenderci dalla tragedia della fillossera). La tradizione non è in contrasto con l'innovazione: il nostro Paese può benissimo porsi all'avanguardia nella tutela delle viti a piede franco e, nel contempo, essere leader mondiale nella ricerca di nuovi portainnesti come stiamo facendo da diversi decenni nella nostra università con il supporto delle imprese”.
Questa proposta di equilibrio tra tradizione e innovazione consente di ricomporre quel dualismo prima richiamato tra chi prospetta la valorizzazione di queste viti come alternativa produttiva capace di tracciare un nuovo futuro per il settore e chi bolla l'intero movimento come semplice nostalgia antiscientifica.
Un passo concreto in questa direzione è stato compiuto, nelle scorse settimane, con la firma del protocollo d’intesa per la tutela delle viti a piede franco tra le associazioni DOVI (Denominazione di Origine dei Vitigni Italici) e AVPIF (Associazione Italiana per la Tutela delle Viti a Piede Franco), avvenuta nel corso dell’incontro Viticoltura a piede franco come patrimonio genetico e sostenibilità del territorio, organizzato durante la IX edizione del Nettuno Wine Festival.
«Le viti a piede franco rappresentano un patrimonio agricolo, storico, culturale, genetico e identitario di straordinario valore», si legge nella premessa del protocollo. «Esse costituiscono una testimonianza vivente della viticoltura italiana precedente e successiva alla devastazione fillosserica che, a partire dalla fine dell’Ottocento, colpì profondamente il patrimonio viticolo europeo, modificando in modo radicale la struttura della viticoltura moderna. I vitigni a piede franco sopravvissuti a quella crisi non rappresentano soltanto una particolarità agronomica, ma custodiscono una memoria territoriale profonda. Essi raccontano la storia dei luoghi, delle comunità rurali, delle famiglie agricole, delle tecniche colturali tradizionali e dei paesaggi vitivinicoli italiani: un'espressione autentica di territori che rischiano di perdere una parte rilevante della propria identità produttiva e culturale».
Questo accordo segna l'inizio di un percorso condiviso e di respiro nazionale per proteggere e valorizzare le viti non innestate attraverso la mappatura e la catalogazione delle vigne, la creazione di una rete tra associazioni e produttori, lo sviluppo di progetti di ricerca scientifica e l'avvio di percorsi di promozione. Unendo competenze scientifiche, giuridiche, produttive e culturali, l'iniziativa mira a sostenere le aziende e diffondere una maggiore consapevolezza sui vini ottenuti da vigneti a piede franco, così da custodire le radici più antiche della viticoltura italiana e trasformarle in una risorsa per il futuro.
Come sottolineano le parti coinvolte: «La tutela del piede franco unisce memoria e innovazione: significa difendere biodiversità, qualità e identità produttiva, ma anche costruire nuove opportunità di sviluppo sostenibile. Queste vigne rappresentano un patrimonio irripetibile della nostra cultura vitivinicola che non deve rimanere una semplice testimonianza del passato, ma trasformarsi in un vero e proprio laboratorio di biodiversità, resilienza e cultura del vino capace di parlare al futuro».
Articolo di Giulio Somma